E se diventassimo tutti produttori di energia?
Anche quest’anno luglio è stato il mese più caldo mai registrato nella storia dell’umanità. Non solo: durante la prima e la terza settimana del mese la temperatura media globale ha temporaneamente superato la soglia di 1,5° al di sopra del livello preindustriale.
In molte aree urbane si sono verificate interruzioni di corrente e malfunzionamenti della rete elettrica. Due grandi blackout a Parigi hanno addirittura messo a rischio lo svolgimento delle Olimpiadi.
Più fa caldo più abbiamo bisogno dei condizionatori, soprattutto nelle città dove lavorare o vivere semplicemente gli spazi chiusi senza aria condizionata è sempre più difficile. Più accendiamo i condizionatori più abbiamo bisogno di energia, prodotta ancora in gran parte da fonti fossili che rilasciano in atmosfera gas climalteranti e riscaldano la biosfera. Così le temperature aumentano, e abbiamo sempre più bisogno di accendere i condizionatori: è il circolo vizioso perfetto.
L’uso dei condizionatori produce il 4% delle emissioni globali di gas serra ed è responsabile della grande ondata di blackout che stiamo vivendo in questi giorni. Grazie alla quale ci accorgiamo dell’esistenza di una cosa che altrimenti diamo per scontata: la rete elettrica.
Ora che il caldo l’ha resa visibile a tutti, vale la pena chiederci: come funziona e come siamo arrivati a costruirla?
Per rispondere dobbiamo raccontare una storia di ambizioni, invenzioni e contro-invenzioni, orgoglio e competizione, che ha per protagonisti due uomini: Thomas Edison e George Westinghouse.
Lo status quo
The Current War è un film uscito nel 2017 - in italiano Edison: l’uomo che illuminò il mondo - che racconta la feroce competizione tra Edison e Westinghouse per ottenere il controllo dei sistemi di elettrificazione.
Edison, il genio che aveva già brevettato la lampadina a incandescenza e il fonografo, elabora un sistema a corrente diretta, molto sicura perché a bassa tensione, ma anche più costosa perché più soggetta a dispersione. Per rendere il sistema conveniente, le centrali di produzione devono essere diffuse e molto vicine alle città.
Westinghouse usa invece la corrente alternata, più economica, più efficace nel trasportare l’energia per lunghe distanze, ma anche più pericolosa perché basata sull’alta tensione.
La competizione tra i due è spietata, ed Edison per screditare il sistema più efficiente di Westinghouse punta tutto sulla sua pericolosità: organizza dimostrazioni pubbliche in cui la corrente alternata causa la morte di cani, gatti, cavalli, perfino di un elefante.
Edison arriva a convincere segretamente un funzionario del governo a sperimentare l’alta tensione per eseguire la pena capitale: nel 1890 William Kemmler è il primo condannato a morte a sedersi su una sedia elettrica. Muore tra sofferenze atroci, nonostante lo stesso Westinghouse avesse tentato di bloccare l’esecuzione.
La guerra alla fine viene vinta da Westinghouse, perché il suo sistema permette di produrre energia in grandi centrali lontane dalle città, trasportarla ad alta tensione, e poi trasformarla facilmente per gli usi quotidiani in bassa tensione.
A favorire l’adozione di questo sistema è anche la messa a punto del motore elettrico da parte di Nikola Tesla, che rende ancora più efficiente il trasporto a distanza e la trasformazione della corrente elettrica (e qui comincia un’altra storia di cui scriveremo in uno dei prossimi numeri di Rivolta).
La guerra delle correnti ha degli aspetti anche brutali, a volte meschini, di certo non sempre nobili, ma avviene sullo sfondo di una delle più grandi sfide di progresso del XX secolo: elettrificare il mondo, mettere la corrente elettrica a disposizione di tutti. Per vincere questa sfida occorreva creare un sistema standardizzato e centralizzato.
Per creare quel sistema la tecnologia di Westinghouse era la migliore: è diventato lo standard, e ha determinato la struttura delle reti elettriche che conosciamo e utilizziamo ancora oggi, organizzate intorno a tre grandi fasi: generazione, trasmissione e distribuzione.
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La generazione avviene nelle centrali elettriche, dove si compie la trasformazioni delle fonti primarie in energia.
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La trasmissione avviene raccogliendo l’elettricità prodotta nelle centrali, elevandola di tensione attraverso i trasformatori e immettendola nella rete elettrica diffusa sul territorio. In Italia l’intera infrastruttura di trasmissione è proprietà di Terna, che la gestisce in regime di monopolio.
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La distribuzione è affidata alla rete infrastrutturale che porta l’elettricità fino all’utente finale, di proprietà di aziende diverse che gestiscono la distribuzione dell’energia al cliente. Queste aziende operano in regime di monopolio locale, ovvero hanno licenza di controllare una porzione territoriale della rete.
La parte finale di questo percorso è quella della commercializzazione, che ha più influenza sul costo dell’energia, sulle nostre abitudini di consumo, e sulla qualità dei servizi. Per capire meglio come funziona qualcuno ha creato un’analogia abbastanza efficace tra il mercato dell’energia e il mercato del pesce, che si può sintetizzare in questo modo:
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quando la materia prima arriva dal mare ogni mattina, ha lo stesso costo per tutti;
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ogni fornitore ne compra un po’, e la rivende ai propri clienti;
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i clienti (noi tutti) non pagano solo il costo dell’energia: pagano il trasporto, la manutenzione del sistema e le tasse;
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questi costi potrebbero essere uguali per tutti, ma dal momento che il mercato dell’energia è libero, ogni fornitore ha il diritto di apportare variazioni al prezzo;
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per questo, il margine di guadagno è spesso opaco e i costi per gli utenti sono fluttuanti.
Il sistema centralizzato dell’energia è complesso, costoso e spesso inefficiente, come dimostrano i blackout di luglio.
È un sistema che permette di creare profitti non sempre trasparenti, come ha dimostrato la vicenda degli extra-profitti registrati dopo gli aumenti del costo dell’energia dovuti allo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina.
È un sistema che continua a beneficiare di un mercato non esattamente “libero”: il passaggio al mercato libero è stato gestito come una specie di asta in cui le utilities si sono aggiudicate gli utenti in uscita dal mercato tutelato. Il mercato quindi non è stato “liberato”, ma è stato affidato a una sorta di spartizione dall’alto.
Infine, è un sistema che presenta limiti strutturali e infrastrutturali che ostacolano la maggiore adozione di risorse rinnovabili.
I player che agiscono nella catena del valore dell’energia si stanno ponendo il problema della transizione, e stanno in parte cercando soluzioni, ma le loro risposte sono ancora parziali. E questo perché il modello che va dalla generazione alla distribuzione non possiede la flessibilità necessaria a rispondere alle grandi sfide che abbiamo di fronte.
Rivoltiamolo
La sfida del XX secolo era portare l’energia elettrica ovunque, e l’abbiamo vinta creando un sistema centralizzato.
La sfida del XXI secolo, però, è un’altra: creare un sistema intelligente e sostenibile, in grado di potenziare e diffondere l’impiego delle risorse rinnovabili. Per vincerla, ci servirà un sistema decentralizzato e flessibile, e per crearlo dovremo cambiare in profondità il modo in cui pensiamo alle nostre strutture energetiche.
Io sono cresciuto a Cuba, un Paese in cui il sistema energetico è decisamente visibile: i blackout sono numerosi e frequenti, e ci sono spesso periodi in cui l’energia viene razionata.
Dopo quell’esperienza, la storia della sfida tra Thomas Edison e George Westinghouse raccontata nel film The Current War mi ha fatto pensare che nessun sistema è inevitabile, nessun sistema è dato una volta per tutte ed è destinato a durare per sempre.
Certo, una volta che si sono insediati i sistemi sono duraturi, diffusi e resistenti. Una volta che sono state decretate, è difficile cambiare le regole del gioco. E per cambiare davvero un sistema non basta cambiare leggermente i comportamenti e le abitudini di chi li usa. Bisogna trasformare le strutture, i processi, e anche gli attori principali.
Con alcuni amici divenuti soci negli scorsi mesi ci siamo quindi chiesti: cosa succederebbe se tutti diventassimo i fornitori di energia di noi stessi, immettendo energia rinnovabile in una rete elettrica intelligente e democratica?
È nata così Volta Energy, con la quale ci siamo proposti di creare un nuovo modo di produrre, scambiare e acquisire energia. Qualcosa che fosse divertente, straordinario e rigenerativo.
Volta Energy non è un fornitore di energia: è la piattaforma che permette a tutti di diventare produttori e fornitori di energia. Producendo energia in modo autonomo da fonti rinnovabili, condividendola con chi abbiamo intorno attraverso la creazione di comunità energetiche, scambiandola e vendendola.
Il nostro obiettivo è quello di accelerare la transizione verso un sistema energetico in cui:
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la generazione viene portata anche fuori dalle grandi centrali e dislocata ovunque ci sia qualcuno disposto a costruire o acquisire un impianto;
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la trasmissione non passa solo dalle reti centralizzate, ma diventa una forma di condivisione e circolazione di prossimità;
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la distribuzione non è più solo mediata da chi vende l’energia, ma sarà organizzata anche a partire dagli scambi che avvengono all’interno di una rete intelligente di prosumer.
In una scena del film, il personaggio di Edison dice: “l’uomo che controlla la corrente controlla il futuro”.
La frase oggi è ancora più vera di quando l’ha pronunciata Edison, solo che la nostra idea di controllo deve essere opposta alla sua. Non controllare tutta la corrente**, ma controllare** ognuno la propria corrente, per contribuire alla costruzione di un sistema alternativo, in grado di garantire un futuro prospero all’umanità e al pianeta.
Pensa un numero
50%
Secondo l’Unione Europea, entro il 2050 la metà della popolazione europea produrrà direttamente e condividerà la propria energia, e per il 37% avverrà all’interno di comunità energetiche, in cui i consumi e la produzione di energia saranno orchestrati in un sistema efficiente e sempre più decarbonizzato.
Ti do la mia parola
Prosumer
La parola è una fusione dei termini producer e consumer, produttore e consumatore, ed è usata per indicare la situazione di chi non consuma soltanto passivamente un bene o un servizio, ma contribuisce anche alla sua produzione e diffusione. Il termine è stato coniato nel 1980 da Alvin Toffler nel libro The Third Wave, e si riferiva al protagonismo dei consumatori che cominciavano a rifiutare la produzione standardizzata di massa e a rivendicare i propri gusti e le proprie preferenze. In seguito, con la diffusione delle tecnologie digitali, siamo diventati tutti potenziali prosumer: possiamo pubblicare attivamente informazioni e contenuti di ogni tipo, influenzare i processi di produzione, vendere direttamente prodotti e servizi. La nascita del prosumer ha trasformato in profondità l’economia e la cultura, e presto potrebbe trasformare anche il funzionamento del sistema energetico.